Auguri per un Santo Natale

Che la gioia semplice del Natale, quella che Francesco sapeva cantare con tutto il creato,

riaccenda in noi la speranza e la tenerezza di Dio.

riprendiamo alcune riflessioni che i giovani hanno presentato durante la Veglia di Natale (poco prima della Messa della Notte di Natale)

In questa notte santa contempliamo il mistero di Dio che si fa bambino. Ci guiderà un testimone speciale: San Francesco d’Assisi.

In quella notte (a Greggio) tra il canto e la preghiera, Francesco desiderava “vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovò il Bambino, come fu adagiato sul fieno e come giaceva in una mangiatoia”. Non una semplice rievocazione, ma un modo per toccare con mano l’amore di Dio, che si è fatto povero per stare accanto a noi.

Francesco era un giovane ricco, pieno di sogni di gloria e di desiderio di grandezza. Ma Dio lo ha chiamato a camminare sulla strada della povertà, dell’umiltà e della fraternità.

Fu un cammino difficile, che partì davanti al padre e alla folla di Assisi, quando Francesco, spogliandosi delle sue vesti, si liberò di tutto ciò che lo legava al mondo.

Davanti a tutti, rinunciò ai beni, al potere, al nome che portava, e disse:

D’ora in poi potrò dire con libertà: Padre nostro che sei nei cieli.”

In quel gesto di spogliazione, Francesco non perse nulla: trovò tutto. Trovò la libertà, la pace, e soprattutto trovò Dio, che si manifesta non nei tesori di questo mondo ma nell’amore semplice di un abbraccio.

Anche Gesù, nel mistero che celebriamo questa notte, si è spogliato di tutto.

Ha lasciato la sua gloria divina per farsi bambino, fragile e povero, nato in una mangiatoia, accolto solo da Maria e Giuseppe.

Il Figlio di Dio si è fatto piccolo per incontrare ogni uomo, per entrare nelle nostre povertà e trasformarle in amore.

La conversione di Francesco e il Natale ci insegnano la stessa verità: solo chi si spoglia dell’orgoglio e dell’egoismo può accogliere davvero il Figlio di Dio.

Solo chi si fa umile e povero può incontrare il volto di Gesù nei fratelli che soffrono la fame, la malattia, la solitudine.

Da soldato di Assisi, Francesco rinasce missionario del Bambino di Betlemme: alla spada preferisce l’amore; al silenzio, la testimonianza e ancora oggi ci insegna che nonostante sia più facile far finta di nulla, spesso è necessario trovare il coraggio di elevare le nostre preghiere per dare voce a tutti coloro che, persino in questa notte, muoiono a causa delle guerre.

Questa notte, mentre contempliamo il Bambino di Betlemme, ricordiamo una verità grande e semplice: Dio ha scelto la terra. Non è rimasto lontano, nel cielo. È sceso tra noi, è nato nel grembo di una donna, ha respirato la nostra aria, ha toccato la polvere del mondo.

Questo è il cuore del Natale: Dio ha amato così tanto la terra da abitarla. Ha voluto condividere con noi non solo la nostra umanità, ma anche la nostra casa comune: il creato.

Gesù nasce non in un palazzo, ma in una stalla, tra animali e fieno, sotto il cielo, nella povertà e nella semplicità delle cose naturali. È come se, in quella notte, Dio avesse voluto dire: “Ogni parte di questa terra è mia creatura, ed è buona, ed è degna della mia presenza.”

San Francesco d’Assisi ha vissuto proprio questa verità. Nel suo Cantico delle Creature ci ha insegnato a guardare il mondo non come un possesso, ma come un dono, e ogni creatura come un fratello o una sorella. “Frate Sole”, “Sorella Luna”, “Sorella Acqua”, “Frate Fuoco” … per Francesco tutto parla di Dio, tutto è segno del suo amore. La terra, per lui, non è una cosa da sfruttare, ma un luogo da custodire, da rispettare, da lodare.

Eppure, oggi, spesso dimentichiamo questo sguardo. Sfruttiamo, sprechiamo, distruggiamo ciò che Dio ci ha affidato. La venuta di Gesù ci ricorda che la terra è sacra, perché è il luogo dove Dio ha camminato, dove ha pianto, dove ha amato, dove ci ha salvato.

Custodire la terra significa allora accogliere il Natale tutto l’anno: significa prendersi cura del dono di Dio, rispettare il ritmo della natura, usare con sobrietà ciò che abbiamo, e riconoscere la presenza del Signore nel creato.

Nel volto del Bambino vediamo il volto del creato redento: fragile, ma amato infinitamente.

Allora questa notte possiamo dire, con gratitudine: “Laudato sii, mio Signore, per la terra che ci hai donato. Fa’ che la rispettiamo come tua casa e come nostra madre.”

Che il Natale ci renda custodi del dono più grande: la vita e la terra che la accoglie.

Nel 1223, a Greccio, San Francesco d’Assisi volle celebrare il Natale in modo nuovo.

Non costruì un’opera d’arte o una rappresentazione spettacolare, ma un segno semplice e vero: una grotta, un po’ di fieno, un bue e un asino, uomini e donne in preghiera.

Francesco non cercava la bellezza esteriore: voleva che la gente vedesse con i propri occhi il mistero che le parole del Vangelo raccontano.

Voleva che tutti potessero toccare la povertà e l’umiltà del Dio che si fa bambino.

In un tempo in cui la Chiesa appariva forte e ricca, Francesco scelse di ricordare che Cristo nacque povero, in una stalla, tra la paglia e il silenzio, accolto solo da un po’ di calore e da cuori semplici.

Il presepe di Greccio fu un atto di fede e di amore, ma anche un gesto profetico: Francesco voleva riportare il Natale alla sua verità più profonda.

Non una festa di luci e di parole, ma l’incontro con un Dio che si fa piccolo per amore.

Un Dio che non resta lontano, ma scende tra gli uomini per condividere la loro vita, la loro fatica, la loro gioia.

Per Francesco, ogni persona doveva poter incontrare Dio con i propri occhi, anche chi non sapeva leggere o studiare.

Per questo il presepe divenne una catechesi vivente: una Bibbia di fieno e silenzio, una Parola che si fa visibile, una fede che diventa esperienza concreta.

E così, da quella notte di Greccio, il presepe non è più solo un simbolo: è un invito.

Un invito a riscoprire la semplicità del Natale, a guardare la povertà non come mancanza ma come spazio aperto all’amore di Dio.

È un invito a toccare con il cuore ciò che Francesco voleva far toccare con gli occhi: la tenerezza di un Dio che non ha paura della nostra fragilità.

Questa notte, davanti al nostro presepe, possiamo chiedere una grazia semplice:

di avere gli occhi di Francesco, capaci di meraviglia, e il cuore di Maria, pronto ad accogliere.

Che anche in noi, come a Greccio, nasca di nuovo Gesù, nella povertà, nell’umiltà, nella pace.

“Gesù, rendi il nostro cuore una mangiatoia accogliente,

dove Tu possa trovare spazio per nascere ancora,

e dove ogni uomo possa sentirsi amato e atteso da Te.”